Gay & Bisex
Un Boccone Salentino - prt.1
Ymex_91
26.05.2025 |
992 |
5
"«Slrk… gluck… mmmh…» continuavo…
«Sii così si fa… da bravo ragazzo…» eccitandosi ancora di più sentendo che lo prendevo tutto..."
L’estate era arrivata in ritardo, come certi desideri che si fanno attendere solo per esplodere più forti.Dopo settimane di indecisioni e chat infinite, io e il mio gruppo di amici riuscimmo finalmente ad accordarci: «Salento».
E finalmente Salento fu! Terra rossa, mare da cartolina, notti che promettevano più di quanto potessimo immaginare. All’ultimo minuto, un mio amico mi girò il contatto di un certo tizio che affittava una casa a un buon prezzo.
«Mi sono trovato benissimo l’anno scorso,» mi disse Filippo. «È uno affidabile.»
Lo chiamai subito… Al primo tentativo, nessuna risposta. Poi, qualche minuto dopo, il telefono squillò: era lui.
Dall’altro lato, una voce profonda e maschile, di quelle che ti colpiscono tra petto e pancia.
«Pronto?...» Rispose con tono autoritario, un po’ burbero.
«Sì, buongiorno. Ho avuto il suo numero da un amico si chiama, Filippo… cercavo una casa vacanze in affitto in zona.»
Appena nominai Filippo, la sua voce cambiò: Si addolcì, come se quel nome gli fosse familiare… o evocasse ricordi precisi.
«Filippo? ci fu un attimo di silenzio, quasi fingendo di non ricordare quel nome... Ah sii, quel ragazzo di Milano?»
«Si esatto, proprio lui.» risposi.
«Ahhh… certo. Filippo. Bravo ragazzo. E tu… come ti chiami?»
«Andrea.» risposi.
«Bene, Andrea. Dovrei controllare, se è disponibile quel periodo. Ti richiamo...»
Fu di parola, mi richiamò
«La casa è libera,» disse. «È vostra.» Tirammo tutti un respiro di sollievo, la vacanza si sarebbe fatta.
Partimmo in una giornata di fuoco. La macchina segnava trentotto gradi, ma sulla pelle sembravano almeno dieci in più. Dopo ore e ore di viaggio, arrivammo. Erano quasi le quattordici. Cercammo qualcuno nei paraggi, finché non vedemmo un uomo avvicinarsi alla macchina. Lo riconobbi subito dalla foto WhatsApp. Era lui.
Barba curata, braccia piene e abbronzate, bermuda e una canotta che lasciava intravedere un filo di pancetta virile.
Alto, capelli rasati, spalle larghe, mani grandi e nessuna fede al dito.
Ma fu il bacino a catturarmi più di tutto: prorompente maschio, spinto in avanti con la naturale arroganza di chi sa di poter sconvolgere un corpo. Ogni suo passo sembrava scolpito nel desiderio.
Era esattamente il tipo di uomo che mi accendeva: sui quarantacinque anni o poco meno, solido, sicuro di sé. Cercai di mascherare l’interesse. Non volevo rovinare il piacere della tensione con una smorfia fuori posto.
«Andrea?» disse lui, porgendomi la sua mano. La sua stretta era ferma e decisa.
«In carne e ossa,» risposi, guardandolo negli occhi.
«Ben arrivati. La casa è pronta. Vi accompagno.»
Ci mostrò l’alloggio: una bifamiliare, la nostra al piano superiore, la sua al piano terra. Fu gentile, diretto. «Se vi manca qualcosa, io sono sempre qui sotto. Basta bussare...» Lo disse cercando il mio sguardo.
Durante i giorni successivi, lo incrociammo spesso: uno sguardo, un cenno, qualche sorriso appena accennato. Nulla di esplicito. Solo quella promessa silenziosa, sospesa nell’aria salmastra. Poi arrivò quella sera.
Due giorni dopo il nostro arrivo, i miei amici esplosero in salotto tutti elettrizzati ed eccitati.
«Ragaaa, è stasera!» esclamò Luca, armeggiando col telefono. «La Notte della Taranta. Se ci muoviamo, in mezz’ora siamo lì. Ci sarà un casino di gente. Musica, birre, corpi sudati ovunque. Se lì non si rimorchia, vuol dire che siamo spacciati.»
«Vero,» aggiunse Marco, agitando una camicia davanti allo specchio.
«Dai, Andrea,» fece Daniele, lanciandomi uno sguardo complice. «Non fare l’asociale. È la festa dell’estate.»
Io restai seduto sul divano, con la birra in mano, scrollando piano le spalle.
«Ragazzi, ci sono già stato. Due anni fa. Una bolgia. Carina, ma… niente di che.»
Luca mi guardò scandalizzato.
«Niente di che?! Ma sei serio? È tipo il Coachella del Sud!»
«Ma vai a cagare,» risi. «Divertitevi voi, stasera mi godo la casa vuota. Un po’ di silenzio, finalmente.»
Marco alzò un sopracciglio. «Non è che hai qualche piano segreto, eh?
Qualche messaggino hot a qualche ragazzo del posto?»
«Magari,» dissi ridendo, anche se il mio pensiero andava altrove. A quella voce profonda, agli sguardi che avevamo scambiato. Daniele si avvicinò, guardandomi con aria sospettosa.
«Andrea… stai covando qualcosa.»
«Non covo niente.»
«Sì che covi. Hai quello sguardo da “stasera mi succede qualcosa e voi non lo saprete mai”.»
Mi limitai a sorridere, abbandonando la testa allo schienale.
«Fate i bravi. Domani mi raccontate tutto.»
Luca fece per rispondere, poi scrollò le spalle. «Contento tu… però ti perdi un bel po’ di gnagna.»
«Ehm… gnagna…» dissi, ridendo.
«Vabbè, carne. Quello che ti pare.»
Sentii i loro passi, la scia dei loro profumi, le risate che si allontanavano giù per le scale.
Poi il rumore del motore che si accendeva e spariva nella notte.
E io rimasi lì, in piedi, davanti alla finestra, in silenzio. Sapevo bene perché avevo deciso di restare.
Mentre mi spogliavo per entrare in doccia, bussarono alla porta. Presi l’accappatoio e andai ad aprire. Era lui.
Pantaloncini da tuta, canotta blu, la barba sempre perfetta. Mi guardò con un sorriso appena accennato.
«Ho sentito rumore, ho visto andar via la macchina… sei rimasto da solo?»
«Già… serata tranquilla.»
Fece una breve pausa, mordendosi lievemente il labbro superiore, poi:
«Voglia di un boccone e due chiacchiere?» Il tono era calmo, ma carico di sottintesi.
«Volentieri.» dissi.
«Dai su, docciati e scendi da me.»
Il cuore accelerò. Chiusi la porta, vedendolo voltarsi e scendere verso il suo appartamento.
Mi lavai in fretta, il corpo teso da un’eccitazione che non volevo ammettere neanche a me stesso.
Mi vestii con leggerezza e scesi.
Quando arrivai al piano di sotto, trovai la porta socchiusa.
Bussai appena.
«Entra!» La sua voce sicura mi accolse prima dello sguardo, come se fosse normale accogliere qualcuno così.
Dentro, solo la luce fioca della televisione. Un bagliore blu nel buio. Lo trovai sul divano. Completamente nudo.
Le gambe aperte, il cazzo floscio ma imponente gli pendeva tra le cosce.
Se lo accarezzava con lentezza, senza alcuna fretta. Non era ancora duro, ma grondava già voglia.
«Siediti,» disse, senza, staccarmi gli occhi di dosso.
Mi avvicinai, il cuore in gola. Mi sedetti accanto a lui, cercando di dominare l’imbarazzo.
Lo sguardo calamitato da quel corpo adulto, sicuro, che non aveva bisogno di fare nulla per imporsi.
«Ti piace guardare?» chiese, con un sorriso sfrontato.
«Preferisco più partecipare» risposi, con un ghigno di malizia.
Mi mise una mano sulla nuca, senza forzare, ma con una direzione chiara.
«Fammi sentire la tua bocca.» Si avvicinò, sussurrando vicino il mio orecchio.
Mi abbassai lentamente. Il suo odore naturale mi invase le narici, intenso, maschile, un po’ sudato, sapeva di sale e saponetta. Aprii la bocca, con la lingua sfiorai la sua cappella, l’asta, per poi arrivare fino alle palle.
Il primo contatto fu morbido, umido. «Mmmh…» mormorai, involontariamente, mentre la lingua scivolava sotto.
Il suo cazzo si gonfiò tra le mie labbra, pulsando, trasformandosi. Da carne molle a membro duro e spesso.
Emise un respiro profondo.
«Ohhh siii... così… bravo. Piano. Voglio godermelo.»
Facevo piccoli movimenti con la lingua, risucchiando anche le sue palle calde.
Schlk… gluck… mmh…
«Sì… così… prendilo tutto... fammi sentire quanto lo vuoi…» ansimò.
«Slrk… gluck… mmmh…» continuavo…
«Sii così si fa… da bravo ragazzo…» eccitandosi ancora di più sentendo che lo prendevo tutto.
Stava testando i miei limiti.
Dopo poco mi fermò, mi tirò su la testa, lasciandomi appena respirare. Mi sfiorò le labbra con la cappella gonfia, facendola scivolare sulle mie guance, sulla punta del naso. Mi tirò su, e mi guardò.
Quegli occhi scuri, profondi, colmi di fame e voglia.
«Se ti scopassi la gola… ce la faresti a resistere?» la sua voce era roca, un sussurro ruvido che mi entrò nella pelle.
Lo fissai con gli occhi lucidi. Non risposi con le parole aprii semplicemente la bocca, spalancandola.
La lingua pronta, la gola rilassata. La mia risposta era tutta li, nello sguardo, nel gesto carico d’invito.
E lui capì subito. Capì che ero li per lui.
Ad un tratto il suo sguardo cambiò, si fece più sicuro, deciso. Mi diede uno schiaffetto sulla guancia e stringendomi la mandibola, mi aprì la bocca sputandoci dentro. Capii in quel momento che ero sotto il suo dominio.
Mi afferrò per il collo con fermezza e, senza dire una parola, mi guidò verso il pavimento.
Mi fece inginocchiare tra le sue gambe, poi mi spinse con brutalità all’indietro, fino a farmi sedere.
La mia schiena si appoggiò al divano, la nuca affondò tra i cuscini.
Lui si alzò. Si piazzò in piedi davanti a me, dominando la scena.
«Adesso stai li. Voglio guardarti mente ti uso la bocca come meriti.»
Mi bloccò la fronte con quella mano grande, calda, come se volesse marchiarmi.
«Guarda su… guardami mentre ti scopo la bocca. »
Lo feci. E fu allora che iniziò davvero.
«Ora, spalanca questa bocca…» disse, con voce sicura e ruvida. Il suo bacino si mosse in avanti, lento, e il cazzo mi tornò in bocca, spingendo piano, poi con decisione.
Aprii di più che potevo, lo accolsi fino in fondo.
Le sue mani calde giungevano sulla mia testa, dita forti che afferravano i miei capelli, guidando ogni movimento. Mi lasciavo condurre, assecondavo il ritmo, mi affondava e risaliva, con la lingua che gli accarezzava la cappella a ogni passaggio.
Il suo cazzo era ormai teso, duro, gonfio nelle vene, e mi riempiva la bocca a ogni spinta.
«Così bravo… guardami mentre te la fotto.»
Lo fissai dal basso, gli occhi lucidi. La sua espressione era feroce, concentrata.
Mi stava scopando la bocca, e lo sapevamo entrambi.
Le sue spinte divennero più profonde. Sentivo la cappella premere contro la mia gola, la saliva che mi colava dalle labbra, il suono bagnato di ogni affondo che riempiva la stanza. Gluck… gluck… slrk… ahh…
Lui gemette appena, e la sua presa sulla mia fronte si fece più forte.
«Resisti. Non fermarti ora. Voglio che me lo prendi ancora.»
E lo facevo. Tossivo, lacrimavo, ma non mollavo. Sentivo le sue palle sbattermi contro il mento, il suo respiro farsi più pesante, il corpo tendersi sopra di me. Ogni colpo era più rapido, più violento, più affamato.
Mi stava usando. Mi stava prendendo davvero. E io lo volevo.
Con le mani mi aggrappai ai suoi fianchi, sentivo i muscoli del bacino flettersi a ogni affondo.
Era un uomo solido, virile, con quel cazzo che mi dominava la bocca come se mi conoscesse da sempre.
«Sì… così… cazzo… sei nato per farti scopare così…»
Il suo sussurro mi fece fremere. Le sue spinte si fecero brevi, convulse.
«Ci sei quasi… tienilo dentro… tienilo tutto…»
Gemetti contro di lui, avevo la gola piena, gli occhi strizzati.
Finché non lo sentii irrigidirsi, il corpo teso, il respiro che si bloccava per un istante, assestando l'ultimo colpo.
«Sì... sì... cazzo... sto venendo... non ti muovere, tienilo dento...»
Un fiotto caldo, denso, mi inondò la gola. E un altro. E un altro ancora. Mi riempì la bocca.
La lingua si mosse, accogliendo tutto, non sputai nulla. Ingoiai ogni goccia. Volevo farlo.
Volevo che sapesse che ero lì per questo. Si ritirò piano, il cazzo ancora teso, umido della mia saliva e del suo piacere.
Mi guardò. Gli occhi brillavano, il petto si gonfiava e ritirava lento. Poi si passò una mano sulla barba, soddisfatto.
«Bravissimo. Hai fatto proprio quello che volevo.»
Mi pulii il mento con l’avambraccio, il cuore che ancora batteva come un tamburo. Mi leccai le labbra, guardandolo.
Avevo ancora il gusto di lui sulla lingua. E negli occhi, la promessa che quella non sarebbe stata l’ultima volta.
Fu allora che capii tutto. Quando mi aveva richiamato dopo la mia prima telefonata…
Quando la voce gli era cambiata sentendo il nome di Filippo… non era solo familiarità. Era memoria.
Anche Filippo, probabilmente, era sceso a “mangiare un boccone”.
E io… ero stato un altro pasto servito caldo in una notte salentina.
Continua…
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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